La sfida energetica

Il greggio passerà dai 92 milioni di barili di petrolio al giorno nel 2010 ai 115 milioni nel 2030. Serve cambiare le fonti di energia.

Considerato l’aumento del prezzo del greggio al barile (dai 20$ del 2001 ai 130$ di questi giorni) è ormai chiaro, anche aldilà della crescita della domanda proveniente dai paesi emergenti e delle speculazioni finanziarie in atto (è interessante, a tal proposito sottolineare che gli investimenti sulle materie prime, in primis sul greggio, realizzati da hedge funds e fondi di investimento sono passati dai 40 miliardi di dollari del 2004 ai 250 miliardi di oggi) che difficilmente il prezzo potrà scendere sotto i cento dollari al barile (si passa delle previsioni della maggiore banca di investimenti canadese, la Cibc, secondo la quale il prezzo arriverà a 150$ al barile entro la fine dell’anno a quelle di Standard & Poor’s secondo la quale scenderà a 91$ al barile tenendo però conto di un margine di errore di 50$ al barile) e questo perché estrarre petrolio costa sempre di più.

E visto che il prezzo è determinato dal costo della produzione marginale, indipendentemente ( o forse in conseguenza ) dal petrolio che si troverà sotto la calotta polare o in fondo all’oceano, questo prezzo non potrà che aumentare.

Non si può quindi, per rispondere alla domanda crescente, esulare dall’utilizzo di tutte le fonti energetiche disponibili e di tutti i vettori energetici presenti, quali ad esempio l’idrogeno.

Il fotovoltaico (sia quello basato sul silicio che, soprattutto, quello di terza generazione di derivazione organica), le biomasse, l’eolico, il geotermico, l’idroelettrico, il carbone “pulito” o il nucleare di quarta generazione non sono fonti energetiche in concorrenza ma sono, nel loro insieme, l’unica risposta possibile all’incremento della domanda di energia, un incremento che, tra l’altro, è più che proporzionale all’aumento della popolazione mondiale.

Secondo l’InternationaI Energy Agency, facendo le proiezioni e le previsioni al 2030, i combustibili fossili continueranno a dominare i consumi energetici, coprendo più del 80% del previsto aumento della domanda di energia primaria. Il petrolio rimarrà il combustibile principale, con i due terzi dell’aumento del suo consumo richiesto dal settore dei trasporti.

La domanda di gas naturale aumenterà più velocemente, trainata soprattutto dalla necessità di produzione di energia elettrica. Il gas sorpasserà il carbone diventando, verso il 2015, la seconda fonte più importante di energia primaria a livello mondiale.

La quota del carbone diminuirà leggermente, con l’aumento della domanda concentrato in Cina e in India. La percentuale di energia nucleare subirà una lieve flessione, mentre quella di energia idroelettrica rimarrà praticamente invariata.

La quota delle fonti rinnovabili, quali il geotermico, il solare e l’eolico, registrerà un incremento piú rapido di qualsiasi altra fonte di energia, raggiungendo però solo il 2% della domanda di energia primaria nel 2030.

Leggermente diversa la situazione italiana. In relazione agli studi effettuati dalla Direzione Generale dell’Energia e delle Risorse Minerarie – Osservatorio Statistico Energetico l’evoluzione del fabbisogno energetico nazionale presenta una crescita media annua del 1,38% tra il 2005 ed il 2020.

Nel 2005 la domanda di energia del nostro paese è stata di circa 200 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio). Scomponendo il dato delle solo fonte rinnovabili, nel 2005 (ultimi dati disponibili) sono stati prodotti 12,6 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (intesa come energia primaria sostituita) corrispondente a circa il 6,3% del fabbisogno energetico nazionale.

In particolare:

  • circa 11 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio per produzione energia elettrica;
  • circa 1,3 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio per produzione calore e raffreddamento;
  • circa 0,3 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio da bio-combustibili.

Lo scenario di riferimento al 2020 prevede:

  • un incremento della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili a circa 20 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio per effetto dell’incremento di impianti geotermici, fotovoltaici (dal valore di 30 MW del 2005 a circa 4.500 MW al 2020 per effetto delle disposizioni incentivanti) e solare termodinamico
  • un incremento della produzione di calore e raffreddamento da fonti rinnovabili a circa 7 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio per effetto dell’applicazione della geotermia, solare termico ed impianti a biomassa
  • un incremento della quota bio-combustibili per il trasporto al valore 0,61 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio

Per un totale di 28,5 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (intesa come energia primaria sostituita) corrispondente a circa il 12% del fabbisogno energetico nazionale (ovvero il 100% in più rispetto al valore del 2005).

Nell’utilizzo di tutte queste fonti, e paradossalmente soprattutto di quelle rinnovabili, è necessario però far attenzione da un lato a non produrre nell’ambiente danni peggiori di quelli che hanno prodotto – e stanno producendo – le fonti fossili e dall’altro alla loro sostenibilità economica.

Quanto costa in termini di energia produrre e installare un pannello fotovoltaico? È sostenibile utilizzare 4000 litri di acqua per produrre un litro di biocombustibile? A tal proposito è interessante analizzare alcuni altri dati riferiti ai biocombustibili aldilà delle accuse e delle smentite degli ultimi giorni sulla loro responsabilità, reale o meno, sull’aumento del costo dei generi di prima necessità quali grano e riso (vale però la pena rammentare che con il grano necessario a fare il pieno di un Suv alimentato a biofuel si sfamerebbe una persona per 365 giorni).

Negli ultimi sei mesi del 2007 in Brasile – dati citati dal “Time” nell’aprile ultimo scorso in un interessante articolo di Michael Grunwald – sono stati “convertiti” 750 mila acri di foresta vergine alla coltivazione di soia destinata ai biocarburanti.

L’Indonesia ha “convertito” una porzione così ampia di foresta equatoriale alla coltivazione di palme, da cui trarre l’olio, che è passata nel giro di un anno dal 21 mo al terzo posto nello speciale ranking dei paesi responsabili delle emissioni di Co2 nell’atmosfera.

Gli Stati Uniti destinano 1/5 della produzione totale di grano alle oltre cento raffinerie presenti sul suo territorio con lo Iowa che fa la parte del leone con 7.6 miliardi di litri – circa il 30% della produzione totale – derivanti dal grano destinato alla produzione di carburante.

Queste cifre sono destinate a modificarsi. Verso l’alto. La candidata alle primarie per Presidenza degli USA Hillary Clinton ha presentato, proprio nello Iowa, un piano secondo il quale entro il 2017 tutti i distributori di benzina degli Stati Uniti distribuiranno etanolo aumentando di fatto la produzione di etanolo che secondo le previsioni dovrebbe raggiungere 227 miliardi di litri entro il 2030.

D’altra parte gli investimenti in biofuels da parte di gruppi da GE, BP, Shell sono passati dai 5 miliardi di dollari nel 1995 ai 38 miliardi di dollari nel 2005 e le previsioni al 2010 ci dicono che si arriverà a circa 100 miliardi di dollari.

Ma se anche si convertissero tutte le piantagioni di soia e di grano degli Stati Uniti al carburante si risponderebbe solo al 20% della domanda complessiva. E questo solo per le necessità del trasporto su gomma e nonostante nell’ultimo anno si sia registrato da un lato un aumento dell’utilizzo dei mezzi pubblici del 50% e una diminuzione del trasporto privato dell’1.6% (prima volta dal 1991).

L’unica, vera, fonte di energia è il risparmio: sia nell’industria che nei trasporti che nel terziario. La tecnologia e la ricerca in ognuno di questi settori permettono oggi di ottenere risultati significativi.

Nel settore industriale, il consumo di energia dei motori elettrici è circa il 75% di quello totale. A tale scopo interventi come la sostituzione dei vecchi motori con motori elettrici trifasi in bassa tensione ad elevata efficienza e l’installazione di variatori di velocità comportano un risparmio energetico valutabile tra il 25% e il 50% e tempi di ritorno dell’investimento tra 1 e 3 anni.

Nel caso del settore civile, e in particolare nell’ambito domestico, si possono raggiungere significativi risparmi energetici anche superiori al 40% con interventi integrati di miglioramento delle performance energetiche degli edifici (isolamento termico delle coperture, sostituzione serramenti e componenti finestrati), di miglioramento dell’efficienza degli impianti termici (caldaie a condensazione o alta efficienza, termoregolazioni, installazione collettori solari) e di miglioramento dell’efficienza degli impianti elettrici (sensori di presenza, lampade ad alta efficienza, sensori di illuminazione naturale).

Nel settore trasporti, infine, aldilà della sempre più diffusa scelta di produrre di autovetture ibride o bi fuel o la drasticità di alcune scelte, conseguenza del continuo aumento del prezzo del petrolio, come quelle realizzate da Ford che ha sospeso la produzione di Suv e Pick Up dagli elevati consumi o quelle della GM che ha chiuso i 4 stabilimenti che producono lo stesso genere di autoveicoli) sono sempre più numerosi gli interventi delle amministrazioni locali all’utilizzo del car sharing e del car pooling.

La Storia ci insegna che nei momenti di crisi le società che hanno avuto la meglio sono sempre quelle che si sono mostrate disposte a cambiare le proprie abitudini e non quelle che si sono intestardite su posizioni consolidate.

La sfida del nuovo secolo è sicuramente quella energetica. E per vincerla non solo occorrono le migliori risorse tecnologiche, intellettuali e morali ma è necessario dare un significato vero e urgente alla necessità lasciare alle prossime generazioni un pianeta in cui sia ancora possibile vivere e convivere.