Messa in Opera di muratura in sassi e pietre di fiume

Negli agglomerati rivieraschi l’uso del sasso di fiume per la messa in opera di murature si è protratto dal medioevo sino alla metà di questo secolo, rivelandosi particolarmente diffuso quando, per problemi di reperibilità e di trasporto, poteva essere concorrenziale rispetto al laterizio.

Tra i paramenti lapidei che la tradizione edilizia ci ha tramandato, quello in sassi non lavorati è certamente il più povero; non esiste infatti sfrido di materiale, ed i sassi venivano scelti nei greti dei fiumi, curando di selezionare una pezzatura che, pur nella sua disomogeneità, rientrasse in certi standard fissati, per le dimensioni più grandi, da problemi di trasporto.

Di un livello superiore e di maggiore resistenza sono i muri eseguiti con sassi spaccati. In questo caso venivano scelte pietre venate, in modo che un colpo di mazza le potesse aprire a metà; tutte e due le parti venivano impiegate nel paramento, con le facce piane rivolte verso l’esterno. Rispetto al muro in sassi naturali si poteva, con una posa accurata, ridurre gli interstizi ed ottenere un piano sufficientemente rettificato.

L’abilità degli spaccapietra era tale che, con un particolare tipo di lavorazione, riducevano l’irregolare forma dei sassi a parallelepipedi perfetti, che erano poi impiegati sia per murature che per pavimentazioni esterne. Si trovano anche pareti divisorie realizzate con sassi squadrati, di spessore non superiore a quelle in laterizio.

La tecnica più diffusa per la costruzione degli edifici, generalmente non superiori ai due piani, consisteva nel creare muri a forte spessore, rastremati verso l’alto; in generale è dato osservare che lo spessore del muro alla base è di un decimo dell’altezza totale, e che si assottiglia in corrispondenza dei solai. Le dimensioni possenti di questi muri spesso traggono in inganno gli operatori che debbono programmare un intervento; non è raro infatti che siano vuoti al loro interno, oppure riempiti con materiale incoerente.

Le ragioni di queste soluzioni va ricercata, oltre che nel risparmio di materiale, nella possibilità di distribuire il grande peso di questi paramenti su un’area maggiore; infatti sovente ci si meraviglia di come queste strutture siano prive di adeguate fondamenta.

Quando queste ultime erano realizzate, venivano curate maggiormente rispetto al muro di elevazione; spesso era impiegata calce in abbondanza, scarsa nel resto della costruzione, se non addirittura assente.

L’importante compito della ripartizione dei carichi attribuito alle fondazioni, determinava in alcuni casi l’esecuzione di alcune file di mattoni sui quali procedere con la più povera muratura in sassi. Mentre la posa in opera dei mattoni segue schemi seriali, quella del sasso richiede una particolare attenzione per assemblare al meglio elementi di forme e dimensioni diverse.

I sassi sono posizionati con cura in modo da ridurre al minimo l’impiego di calce, limitata ai soli punti di appoggio. Sovente venivano poste assi, od anche travi di legno inglobate nel muro, aventi funzioni di piani di appoggio e per tenere legata la struttura; funzione ottenuta anche inframezzando uno o più filari di mattoni.

Nel lavorare accanto a questi muri occorre fare molta attenzione nelle demolizioni o integrazioni parziali, in quanto i sassi sono solo appoggiati, e toglierne uno vuol dire interessare i circostanti. Durante i lavori ci si avvede spesso che i sassi sono anneriti dal fumo; questo non necessariamente indica un precedente incendio, ma spesso è imputabile a perdite della canna fumaria.

Un tipo di muratura in sassi del tutto particolare è costituita dai baluardi difensivi posti a cinta delle città. Il problema di avere murature di forte spessore che resistessero ai colpi delle armi da fuoco, veniva risolto costruendo due pareti di contenimento con sassi posati a filari secondo schemi a lisca di pesce alternati a filari regolari.

Man mano che la costruzione procedeva, l’interno veniva colmato con sassi sui quali molto probabilmente si gettava calce appena uscita dalla cottura, spenta poi con acqua. Il muro diveniva perciò direttamente la buca di spegnimento, riducendo così i problemi di trasporto e di manodopera.

Questa ipotesi è sostenuta dall’osservazione dei manufatti e dalla loro estensione; l’interno si presenta infatti come un getto nei quali i sassi sono affogati. Si ritrova questa tecnica, molto diffusa nel sec. XV, anche nel secolo successivo, con la variante di un rivestimento esterno di un muro in laterizio di due o più teste.

Dal ‘700 ai nostri giorni il sasso perde la peculiarità di muratura povera delle zone vicine ai fiumi, per assumere nell’edilizia civile un valore prevalentemente decorativo. Nei nostri centri a struttura medievale, si notano spesso case a schiera intonacate nel loro prospetto principale, rivolto verso la via larga, mentre nel prospetto sui vicoli stretti il sasso era lasciato a vista.

La diversa destinazione del paramento deve essere rispettata: scoprire a vista i sassi precedentemente intonacati per conferire all’edificio un presunto aspetto di rusticità, è scorretto allo stesso modo che intonacare i sassi segnatamente a vista.

È importante mantenere le murature in sasso superstiti, troppo spesso abbattute senza una precisa giustificazione, se non altro come testimonianze spesso pregevoli delle antiche tecniche costruttive e delle radici storiche alle quali siamo legati.

Per le integrazioni e il ripristino vanno impiegate in generale tecniche tradizionali di cuci e scuci; le carotature non sono realizzabili, le iniezioni di malte possono essere efficaci in muri non a sacco e con cavità limitate. Coperture in pietra L’uso di coprire i tetti con lastre di pietra o di ardesia era diffuso prevalentemente nelle aree montane o collinari.

Questo sistema presenta una serie di caratteristiche, ma quella che più di altre ne ha determinato la diffusione è il costo ridotto; la materia prima è presente infatti in natura, in loco, allo stesso modo del sasso, e richiede una ridotta lavorazione.

Il tetto in pietra esige una minore manutenzione: i coppi vanno infatti “ciclicamente” vuotati e puliti, mentre le lastre non necessitano di questa operazione. Per contro i tetti in pietra, escludendo quelli di ardesia, risultano estremamente pesanti (100 kg. al mq. ed oltre) costringendo alla messa in opera di possenti orditure lignee (i legni più impiegati sono il castagno, l’abete ed il noce) che dovevano essere ricoperte da assi, sulle quali appoggiare successivamente le lastre.

La preparazione del materiale lapideo presuppone la presenza di pietre stratificate. Le lastre di diversa dimensione, cavate secondo le linee di deposito o più spesso raccolte usufruendo dell’azione naturale di sfaldamento, venivano ridotte con mazze alle dimensioni volute.

Per ottenere lo spessore medio utile di circa 4/6 cm., si appoggiava la lastra su di un piano, leggermente inclinata rispetto alla verticale, e si batteva sullo spigolo opposto a quello di appoggio, provocando così la sezionatura voluta.

Per la messa in opera si procede in maniera analoga alla posa dei coppi, dal basso verso l’alto; le prime file, che hanno una azione di sostegno rispetto alla parte a sbalzo, sono di dimensioni maggiori e fuoriescono gradatamente, in modo da evitare la formazione di fessurazioni longitudinali.

Particolare cura veniva posta per evitare la formazione di vie preferenziali alla penetrazione dell’acqua, posando le lastre al di sopra delle giunte sottostanti. Eseguita questa sporgenza atta a mantenere il muro asciutto, si procedeva con la posa in pendenza.

L’assetto delle lastre è affidato unicamente al peso delle stesse e, per evitare la risalita delle acque, la porzione di lastra esposta è circa un terzo della lastra intera; inoltre una condizione indispensabile per evitare le infiltrazioni è la regolarità dei piani.

La difficoltà maggiore è la posa negli impluvi e compluvi: data la particolare struttura di questa copertura, gli angoli vivi non sono realizzabili e le falde sono sinuosamente raccordate tra di loro. Il colmo viene realizzato con l’appoggiare più strati di lastre in piano.

Vicino ai bordi ed alla sommità del tetto venivano spesso posate lastre di grandi dimensioni, atte ad impedire che l’azione del vento e del gelo sollevasse porzioni di copertura.

È ovvio osservare come la peculiarità di queste coperture debba essere conservata, pena lo snaturamento dell’intero edificio. Dovendo adattare alle esigenze attuali una copertura siffatta, va osservato come sia possibile applicare gli usuali metodi di coibentazione e di ipermeabilizzazione.

Questi ultimi permettono eventualmente di ridurre le dimensioni delle lastre alleggerendo notevolmente il carico, senza per questo modificare minimamente l’aspetto esteriore del tetto.

Lavorazione La superficie a vista dei conci o di ogni altro elemento architettonico, viene chiamata in gergo “pelle”; è una definizione di carattere antropomorfico, ed allude anche ad una sensibilità del materiale.

Infatti i procedimenti che vanno dall’estrazione al manufatto finito seguono una serie di tappe di avvicinamento alla “pelle”, la cui esecuzione è fondamentale per la buona conservazione del materiale.

Così dall’estrazione in cava coi cunei alla prima disgossatura con mazze all’uso del calcagnolo a quello della gradina e dello scalpello, si nota un progressivo affinarsi degli strumenti di lavoro.

A seconda della lavorazione superficiale, si avrà la pelle arrotata, con un grado di rifinitura talmente alto da risultarne lucida; la pelle piana indica la rettifica del piano, modanata se assume forme curve.

Vi è poi la pelle martellinata che indica l’uso della bocciarda e la pelle grossolana o rustica, ottenuta con la gradina a dente largo o con la punta.  L’inclinazione dei ferri battenti, non deve mai essere ortogonale alla superficie: Voillet-le-Duc sconsigliava, ad esempio, l’uso della bocciarda che tende ad “ammaccare” il materiale, provocando anche microfratture che sono causa determinante di un  degrado accelerato.

Per la rifinitura infatti i ferri taglienti vanno impugnati con leggerezza, lasciandoli scorrere sulla superficie. Con tutti i marmi è opportuno procedere in un primo tempo con la sgrossatura nella direzione contraria a quella della stratificazione naturale; successivamente dalla parte detta in “seta giusta”, cioè secondo la stratificazione, in modo da ottenere una lavorazione nitida.

Naturalmente vi sono materiali la cui particolare struttura consente l’uso di tecniche in altri casi sconsigliabili; sta appunto nella pratica di chi opera valutare volta per volta i modi più appropriati di lavorazione.

La messa in opera varia a seconda della struttura del materiale: mentre per i graniti non è determinante il verso, per le pietre sedimentarie questo è fondamentale. In una arenaria vanno rispettati i letti di posa, in modo che il carico risulti ad essi ortogonale.

Nell’edilizia storica questa regola veniva spesso disattesa, per motivi estetici e di più agevole lavorazione: si hanno così, ad esempio sfaldamenti profondi nei conci e colonne percorse da fessurazioni che limitano fortemente l’assolvimento delle funzioni statiche.